Romanzo
Romanzo: Da sogno a realta'
capitolo 1
Primi convenevoli
....Appena mi ha aperto la porta e finalmente l’ho vista dal vero, mi sono sentito una nullità, era una figura idilliaca, vi assicuro che le bellissime immagini che raffigurano FetishDea nel suo sito non rendono la realtà. Sono entrato e mi sono inginocchiato subito, dal basso osservavo con ammirazione. Lei inizialmente non disse nulla, ma il sorriso sarcastico sulla bocca lasciava intendere il giudizio che si era fatta su di me. Lasciò cadere una confezione di collant per donna sul pavimento e con tono sprezzante mi disse: “Spogliati e indossa questi che tra poco arrivano le mie amiche per cena, ti concedo 2 minuti”. Fatto quanto da lei richiesto, mi sono presentato in cucina, lei mi guarda, sorride e disse: “Sara bene che ti metti subito un rifiuto, altrimenti le mie amiche penseranno che sei un cesso e non un cestino umano per l’immondizia”, così prese dalla mensola una banana, la sbucciò e mi ordinò di mettermela e stringerla tra le natiche. In realtà penso che fece questo per farmi capire subito chi domina e chi è sottomesso. Di fatto raggiunse molto efficacemente il suo scopo, infatti la presenza di quel frutto di forma fallica che sentivo in ogni movimento che facevo, rimarcava nella mia mente il chiaro significato simbolico che si attribuisce ad una banana tra le chiappe, significato che si ripercuoteva nella mia personalità, già a lei sottomessa, ampliando in me il desiderio di essere schiavo dei suoi desideri. Poi mi fece mettere un collare da cane al collo, mentre alle caviglie mi applicò uno di quegli strumenti di cui non conosco il nome, ma che consiste in una barra metallica con due anelli alle estremità (nei quali vengono chiuse le caviglie) il quale mi obbligava in una posizione a gambe allargate, posizione che manterrò durante tutta la mia permanenza in quella casa. Infine con un laccio di pelle nera fissò il collare alla barra metallica e chiuse il tutto con dei lucchetti. In queste condizioni, per la ridotta lunghezza del laccio di pelle, potevo stare a quattro zampe o al massimo in ginocchio, mi era impossibile alzarmi in piedi. Suonò il campanello, erano le sue amiche. Prima di aprire la porta mi ordinò, di mettermi in un angolo (come tutti i cestini della pattumiera) su quattro zampe e di tenere il culo alto e in fuori e la banana bene in mostra, al fine di rendere di immediata comprensione la mia utilità. Mi disse anche, se non richiesto, di non girarmi per guardare, e aggiunse con tono divertito: “I cestino dell’immondizia non si muovono!!”. Apriì la porta, io non vedevo nulla di quanto accadeva nella stanza, ma potevo sentire tutto. I saluti, i ringraziamenti per i presenti degli ospiti, e... non tardarono ad arrivare.... all’inizio erano delle risatine trattenute, ma in pochissimi secondi divennero delle vere risate senza ritegno accompagnate da commenti ridicoli riferiti alla mia persona del tipo: “… i collant e la banana lo rendono quasi carino, se non fosse per il resto me lo scoperei…”, in seguito a commenti del genere scoppiavano tutte dal ridere. Mi sentivo umiliato e ridicolo, ma nel contempo sentivo quelle voci così sensuali ed eccitanti che avrei voluto che non smettessero mai di schernirmi. Sentivo dei passi che lentamente si avvicinavano a me, sul muro bianco intravedevo proiettata un ombra le cui forme dovevano per forza appartenere ad una donna stupenda e di gran classe. Il rumore dei passi si avvicinava, l’ombra con movimenti sinuosi e sensuali si ingrandiva di fronte ai miei occhi rendendomi sempre più piccolo e misero al suo cospetto. Col fermarsi dei passi regnò un silenzio che mi metteva a disagio, infatti il silenzio obbliga a pensare, e loro sadiche e vogliose di divertirsi questo lo sapevano bene. Lei era dietro di me! Io pensavo.... pensavo che una bellissima donna mi stava guardando, pensavo e raffiguravo nella mia mente l’immagine che appariva ai suo occhi, infatti ai suoi piedi vi era un ridicolo uomo in ginocchio, che indossava dei collant da donna e teneva il culo alto per evidenziare la presenza di una banana tra le natiche, esaltando così la propria fierezza di essere un essere inferiore, un oggetto umano, un cestino per la pattumiera!! Come mai si era avvicinata a me!? I secondi passavano lenti, le gambe incominciarono a tremarmi, desideravo fortemente che qualsiasi cosa accadesse piuttosto che rimanere in quella attesa.... quando ad un tratto lei disse: “Dove bisogna mettere il piede per aprire questa pattumiera?”, cosi sentii uno stivale entrarmi tra le gambe divaricate e la sua punta incominciò ad accarezzare i miei testicoli, era umiliante ma bello… come ordinatomi rimasi fermo. “Così non sia apre!” esclamo divertita, e cominciò a darmi dei deboli calcetti ai testicoli. Lady Fetish Dea mi aveva ordinato di stare fermo e stringendo i denti obbedii ancora; “Nemmeno così si apre!” e rivolgendosi alle altre disse “Fatemi pensare un altro modo...” passarono un dieci secondi quando sentii la punta dello stivale insinuarsi nelle mie natiche in prossimità dell’ano, sentivo la banana che si spappolava, stressi i denti più che potevo e rimasi ancora fermo mentre dietro di me il tono delle risate aumentava e la punta dello stivale proseguiva. La voce pur rimanendo estremamente sensuale si fece decisa: “Nemmeno così si apre, ma questa volta!...”. Cosa mi aspettava ora?... ...A cosa stava pensando la donna che mi era alle spalle? Lei era sadica, aveva capito che stavo fremendo e lasciò passare una decina di secondi tenendomi col fiato sospeso… quando… ad un tratto invece della punta.... sentii il più insidioso tacco degli stivali entrarmi ancora tra le natiche e lo sentivo muoversi in ogni direzione, strinsi forte i denti, ma lei aumentava sempre di più la pressione fino a che mi resi conto che il tacco da li a un istante mi avrebbe penetrato, a questo punto feci uno scatto e mi mossi. Tutte scoppiarono a ridere ed io rimasi li legato nell’angolo con le gambe divaricate, la testa bassa e la banana spappolata nel culo… ma la cosa magica è che ancora una volta le loro voci, le loro risate, i loro commenti sadici, le movenze di quella incantevole ombra proiettata sul muro, i loro profumi esotici rendevano estremamente piacevole quella umiliazione appena subita. Una delle ragazze disse alla donna che mi stava dietro “...guarda hai lo stivale sporco di banana”, non feci nemmeno in tempo a realizzare l’accaduto che fui colpito un potente calcio nel culo: “ Verme schifoso, mi hai insudiciato gli stivali, girati e fammeli brillare subito con la lingua” Obbedii subito, nel girarmi pensai di alzare furtivamente lo sguardo e in un attimo catturare nella mia mente l’immagine di quella ragazza … ma alla sua visione rimasi immobile e ipnotizzato con lo sguardo da ebete e totalmente catturato dalla bellezza di quella Venere, i miei occhi erano sollevati ed incollati a quel corpo statuario, una degna amica della padrona di casa. Le sue lunghe e perfette gambe vestivano con delle calze a rete bianche, una mini gonna aderente, in pelle marrone chiaro, esaltava le sue irresistibili curve, i suoi lunghi capelli neri scendevano come una cascata sulle spalle fino a sfiorare il seno. Lei mi guardava come se volesse dirmi che era consapevole delle sensazioni di inferiorità che si agitavano dentro me. Io di fronte a quella bellezza ero piccolo come un insetto, il senso di impotenza mi aveva invaso e l’amor proprio azzerato, non potevo scappare, sia perché ero fisicamente legato, ma soprattutto perché anche la mia mente era ormai piacevolmente legata alla volontà di quelle sacerdotesse di Venere. Loro come le Moire dell’Olimpo avrebbero tessuto il mio destino di loro felice schiavo. A un tratto la donna che avevo di fronte con una mano mi prese delicatamente il mento, mi guardo negli occhi con uno sguardo quasi di pietà, che per un attimo mi diede confortò, mi fece sentire compreso, ma subito mi resi conto che le sue labbra accennarono ad un sorriso sarcastico e disse: “Piccolo e ridicolo servo, ti sei dimenticato degli stivali??...Leccali!!”... così portò lo stivale sporco avanti verso me, si tiro i capelli dietro le spalle facendoli volteare nell’aria, appoggiò le mani sulla vita e abbassò lo sguardo fissandomi sorridente con aria di chi voleva godersi la scena. La mia bocca cadde umilmente sui suoi piedi ed iniziai a leccare quello stivale, come un cagnolino che arruffianandosi cerca il perdono. FetishDea, che insieme alle altre osservava divertita, annunciò che l’aperitivo era pronto, così vidi allontanarsi lo stivale che leccavo e adoravo umilmente.... rimasi fermo pensando di avere finito, ma la donna con aria seccata si girò e disse:
Scritto da Dustubin servo personale di FetishDea
“Ti ho detto di smettere?”, resomi conto del mio errore, a carponi mi misi a rincorrere quello stivale cercando di leccarlo mentre lei con sensuale eleganza si dirigeva verso la tavola bandita. Il mio movimento al contrario era goffo e buffo un po’ perché ero legato, un po’ perché cercavo di prevedere i suoi movimenti per leccarle lo stivale senza disturbare i suoi passi, un po’ perché sentivo i viscidi residui della banana strusciarsi nel culo, e soprattutto perché nel complesso dello stato umiliante che stavo vivendo, le gambe e il fiero sedere di quella Donna sottolineavano il divario abissale che c’era tra la mia ridicola persona e la sua idilliaca perfezione.
Capitolo 2
L’ aperitivo
Come un cagnolino inseguivo i passi di quella creatura perfetta. Per quanto accaduto, provavo un forte senso di vergogna, pertanto tenevo lo sguardo basso. Ad un tratto lei si fermò, così ricominciai a leccare quello stivale, stava parlando con Lady Fatishdea, lo so perché ero anche ai suoi piedi e riconobbi subito i collant bianco trasparente, il braccialetto sulla caviglia e le eleganti scarpe blu con tacco alto. Non osavo alzare lo sguardo, ma sapevo che Lei mi stava guardando, così ero determinato a dimostrarle la mia devozione, facendole fare bella figura con le sue ospiti, mostrando loro l’efficienza della servitù di casa. Ero talmente concentrato nel fare bene che mi ero momentaneamente dimenticato dello stato umiliante in cui mi trovavo Il risveglio sarà devastante, ma riuscii nel mio intento, infatti la donna a cui avevo sporcato lo stivale non ci mise molto a rendersi conto della cura con cui la mia lingua lo aveva pulito nel minimo particolare. Il problema era che la tensione provocata dal tentativo di attirare positivamente l’attenzione della padrona di casa era per me divenuta talmente alta che le mie gambe e il mio corpo cominciarono a tremare, destando l’attenzione di tutte le presenti. Un inevitabile risata di gruppo non si fece attendere, rigettandomi nel oblio dell’umiliazione. Timidamente alzai lo sguardo, la signora sempre ridendo disse: “Però, l’uomo pattumiera ha fatto un bel lavoro!” poi rivolgendosi a me: “Ma il tuo tremare cosa rappresenterebbe?.. E’ per migliorare l’effetto risciacquo?” E tutte di nuovo a ridere! Lei divertita mi guardò con i suoi occhi verdi e mi diede dolcemente una carezza sulla nuca, poi notai che con espressione sempre dolce volse il suo sguardo verso il basso, io di riflesso guardai nella stessa direzione, e vidi il suo stivale che appoggiava al pavimento sulla punta, mostrando a me la suola, unica parte non ancora leccata. Il suo volto cambiò espressione, e con un sorriso sadico disse: “Mi raccomando, voglio ancora l’effetto risciacquo! J”. Così avvicinandomi allo stivale fino a far toccare il mento al pavimento incominciai a pulire scorrendo la lingua dalla punta della suola fino al tacco. Fetishdea, anche lei divertita, rivolgendosi alle sue amiche disse: “Vogliamo bere qualcosa e servirci l’aperitivo?” tutte entusiaste avvicinandosi al tavolo colmo di ogni bene, risposero di si, anche io dovetti strisciare umilmente dietro Elena, così si chiamava la donna a cui stavo pulendo lo stivale. Giunti al tavolo la padrona di casa, rivolgendosi a me disse: . ... Giunti al tavolo la padrona di casa, rivolgendosi a me disse: “Cestino! Abbiamo bisogno di te!!” Così io mi misi eretto sulle ginocchia e con le mani scostai i collant dalla pancia, e rimasi fermo. Una a una si avvicinarono e sputarono dentro le gomme da masticare. Mentre sentivo le cicche cadere sul mio pene, i miei occhi erano spalancati e osservavano le bellezze che stavano sfilando di fronte a me. Fetishdea vedendomi rimasto immobile come un ebete, mi scorse la mano di fronte agli occhi e disse: “Non servi più puoi chiudere!”. Così lasciai i collant, non lo avessi mai fatto! Si portarono tutte una mano sulla bocca per nascondere un evidente sogghigno, avevo una erezione in corso, ma ma i collant, la banana tra le natiche, le gambe allargate, e le cicche colorate appoggiate alla maglia delle calze come grossi insetti, non mostravano certo ai loro occhi un immagine di virilità, il termine più eloquente lo utilizzo una di loro tra una risata e l’altra: “RIDICOLO!!!!”. Ero li fermo, se non richiesto non potevo muovermi, Fetishdea era stata chiara! Il fatto è che avere di fronte quelle donne così perfette, che dimenavano dal ridere i loro statuari corpi non mi aiutava certo a far passare l’erezione, anzi, sentivo gli ormoni ribollire in me. Loro sadiche certo non potevano non accorgersi del mio stato emotivo. Fetishdea diede inizio alle danze, mi si mise di fronte, la osservavo dal basso verso l’alto... Era stupenda, sexy, irresistibile, potente. Tutto per poterla solo sfiorare, ma non potevo, il potere non è un lusso per gli schiavi! Ero arrapato oltre modo, ma a lei non bastava, era determinata entro fine serata a ridurmi ai suoi piedi, come un ridicolo verme supplichevole! Così con sguardo tra il sensuale e il divertito, di fronte ai miei occhi si mise ad accarezzare le sue divine gambe, muovere sinuosamente il suo corpo, si abbassò e mi fece scorgere per un attimo il suo perfetto seno, per poi rialzarsi accarezzarsi lentamente i fianchi esaltando tutte le sue curve. Il sudore scendeva a cascate sul mio corpo, i miei occhi lacrimavano dal desiderio. Lei si fermò, vedendo il mio sguardo e gli occhi in lacrime, fece un sorriso soddisfatto, poi freddamente prese dal tavolo del aperitivo un grosso wuster, mi disse di aprire, io allargai i collant e lei me lo fece cadere dentro, si girò e disse soddisfatta alle sue amiche: “Così almeno le dimensioni sembrano sufficienti” mentre si allontanava, girò la testa verso me, io tolsi per un attimo lo sguardo dal suo meraviglioso fondo schiena, e la vidi divertita strizzarmi l’occhio, infine disse: “Nessun altra si vuole divertire un po’?” Si fece subito avanti Irene…. Vestiva come una Caw-Girl, stivali color testa di moro, Jeans a vita bassa ultra aderenti, cintura grossa con fibbia ed un giubbetto scamosciato che lasciava intravedere un prorompente seno. Anche lei si mise di fronte a me, poi piegando le gambe si abbassò, portando il suo volto all’altezza del mio, era leggermente abbronzata, labbra da sogno non eccessivamente carnose ma nemmeno sottili, occhi azzurri e capelli biondo castano. Con espressione lussuriosa, mi fissava negli occhi, poi porto le mani sulla clip della cerniera del suo giubbotto, e la tirò giù un po’. Lei mi guardava sorridendo, io ripresi a sudare, il cuore era a mille, poi mi resi conto che divertita diede uno sguardo al mio pene che inevitabilmente riprese a ingrandirsi, così lentamente tirò giù ancora un dieci cm di cerniera scoprendo ulteriormente un seno che sembrava voler esplodere fuori dal giubbetto… “Qualcosa non va?” mi disse sorridendo, la mia libidine era fuori controllo, volevo portare le mani sul mio pene per farlo sfogare, ma un servo non può agire per assecondare il proprio volere, il volere delle padrone comanda il suo agire. Irene con un sorriso dolce riprese: “Ora mi alzerò e ti farò una cosa che ti piacerà tanto…Tutto era fantastico, infatti mentre mi trovavo in ginocchio di fronte a quella donna, sullo sfondo vedevo le altre che divertite assistevano alla mia sorte mentre con calma consumavano l’aperitivo. Attorno a me si manifestava la bellezza in una delle sue più alte espressioni. Irene, dopo essersi alzata, allargò leggermente le gambe e mi disse di guardarla, lasciandomi per qualche secondo contemplare la sua bellezza, il desiderio di adorarla, di baciare in ogni parte di quel corpo era immenso in me..... ma ecco che mentre con le mani alzava i suoi capelli e sensualmente accarezzava le sue labbra con la lingua... portò l’estremità più alta del dorso dei suoi stivali in leggero contatto con la parte più sensibile del mio glande e...... cominciò a muovere lo stivale accarezzando l’estremità del mio organo fino alla punta dello stivale. Il mio piacere sessuale crebbe fino al limite, sul mio glande erano concentrate tutte quelle indescrivibili, intense sensazioni che precedono il culmine del godimento. Ma la Caw Girl seppe fermarsi un attimo prima, lasciando che i suoi occhi e quelli delle sue amiche, si godessero lo spettacolo delle innumerevoli e goffe espressioni di libidine e di desiderio che si manifestavano sul mio viso. Ormai piangevo a dirotto, ansimavo, e tremavo sotto gli occhi divertiti di quelle quattro dee: “Ti e piaciuto?” mi chiese Fetishdea, e ancora: “rispondi pure..”. Io riuscii a balbettare solo: “ I...I …Io…Io..Io”., A questo punto Clarissa la terza ragazza disse: “ Sa dire solo I O’ come i somari J “ cosi Irene divertita mi chiese: “Sei un asino?... su dillo che sei un asino!...dillo imitando il verso!!” e io sempre ansimando: “..so..so.. sono un asino! I O’, I O’” e ancora Irene: “Sbagliato!! Sei solo un cestino della pattumiera”. Così si allontanò e si aggiunse alle altre al banchetto dell’aperitivo. Clarissa esclamò: “E io non posso divertirmi un po’?” Fetishdea, subito rispose: “Ma certo! E’ tutto tuo, fanne quello che vuoi!” così l’amica di Fetishdea si avvicinò a me. Mistress Clarissa era alta e di statuaria bellezza, la sua persona e i suoi lineamenti parlavano del suo lontano paese d’origine, infatti i suoi lunghi capelli cadevano sulle sue spalle con la stessa maestosa bellezza con cui cadono le cascate Iguazu nel nord dell’Argentina, la sua liscia e dorata carnagione accompagna la fantasia, di chi la osserva, alle sabbiose e infinite spiagge che si affacciano sul Oceano Atlantico. La decisione del suo portamento fa vivere nella mente un conturbante ed erotico tango nel quale lei con la sua femminile sensualità domina i passi e la volontà di noi uomini ubriachi della sua bellezza latina. Come le altre si pose di fronte a me, poi si abbassò e mi sussurrò nelle orecchie: “...quei collant ti rendono molto sexy, e la banana tra le natiche ti fa un po’ puttanella..” poi ridendo si alzò. Con Clarissa vissi per la prima volta uno strano modo di essere umiliato…. certo, quanto mi aveva detto era chiaramente sarcastico nei miei confronti, ma dalla sua risata succesiva e da come mi guardava con i suoi occhi neri, intuivo che l’umiliazione andava ben oltre il semplice significato della sua frase. Tutto ciò rendeva l’umiliazione molto più potente! Provo a rendere l’idea… non so se vi è mai capitato, (se no, provate ad immaginare) di trovarvi con degli stranieri che ridono di voi e indicandovi col dito pronunciano frasi in una lingua non comprensibile. Chi si trova a vivere questa situazione generalmente nervosamente prima si controlla se la cerniera dei pantaloni è su, poi si verifica se si hanno delle macchie sui vestiti.. ci si controlla i capelli e quant’altro, il tutto mentre gli stranieri proseguono a ridere, e noi non comprendendo il motivo e pensando al peggio, sentiamo impotenti il nostro imbarazzo crescere. La sensazione che provavo di fronte a Clarissa era la stessa, non riuscivo a comprendere a pieno il significato dell’umiliazione che avevo subito. Solo, giorni dopo quella sera in seguito a ricerche capii che mi aveva fatto un -Biroco- (non so se si scrive così) si tratta di un usanza di Buenos Aires, dove per strada l’uomo si avvicina alla donna e gli sussurra nelle orecchi un complimento. Di fatto per Clarissa farmi un Birico, rappresentò una piccola rivalsa, infatti le piaceva l’idea di non dover essere lei in quanto donna a dover sentirsi sussurrare nelle orecchie complimenti, non sempre gradevoli, spesso fatti da rozzi uomini che non sanno apprezzare la perfezione e la superiorità femminile.
Ronanzo : Lady FetishDea e la serva Alex - 24 11 2008
prologo
L' amnesia della serva Alex
L’incidente accadde una domenica mattina. quando la serva Alex si stava recando a casa della usa Signora Valentina
Erano trascorse da poco le sette e la schiava avrebbe dovuto pulire il bagno della Padrona, preparare doccia e colazione e svegliare la Dea alle dieci in punto, leccandole i piedi come tutte le mattine dal loro primo incontro a quella parte. Ma il fato decise diversamente per lei. Un’automobile sterzò bruscamente per entrare in un viottolo secondario della strada che Alex stava percorrendo ma le ruote, all’ultimo momento, slittarono sull’asfalto reso viscido dalla pioggia e la macchina sbandò andando dritta filata contro il marciapiedi. La schiava cercò di schivarla e si lanciò in avanti. Purtroppo inciampò sul bordo del marciapiede e un lato dell’auto la colpì di striscio. Alex rovinò per terra battendo la testa. L’ultima cosa che vide fu la portiera dell’auto che si apriva e due belle gambe fasciate da calze gialle e con ai piedi due morbide décolleté nere con il tacco alto venire verso di lei. -“Stai bene?”- chiese una voce femminile molto aggraziata –“Oh, Dio, quanto mi dispiace…”- Alex cercò di sollevare la testa e guardare in faccia l’investitrice pentita, che cercava di sorreggerla con le mani e le carezzava la testa con gentilezza, ma la vista le si annebbiò -“Pa…Padrona…”- sussurrò la schiava. -“Che cosa?”- chiese la donna –“Cos’hai detto?”- Alex perse i sensi. L’autoambulanza giunse al bordo della strada dopo cinque minuti. La schiava trascorse in ospedale i successivi tre giorni. Fu ricoverata per una lieve commozione cerebrale -“Come sta dottore?”- era la voce di un’amica di scuola di Alex. -“Si rimetterà. Il trauma cranico si riassorbirà naturalmente nelle prossime settimane. Naturalmente dovrà fare altri esami ma oggi può essere finalmente dimessa”- -“Bene, e per quanto riguarda l’amnesia?”- -“E’ normale che sia confusa. Ricorda quasi tutto della sua vita ma alcuni giorni sembrano essere stati rimossi completamente. Specialmente molti della sua vita recente. E’ possibile che non si ricordi di qualcuno, amici, colleghi di lavoro, ma non dovrebbe avere problemi a ricordare i familiari perché essi fanno parte della memoria più ancestrale e lo stesso vale per conoscenze di vecchia data”- -“Ma la memoria le tornerà?”- -“Con il tempo. Si, ci sono buone possibilità di un recupero totale, ma nessuno può dire quanto tempo esattamente impiegherà”- Quel giorno con Alex c’erano una sua compagna di lavoro e sua sorella, una ragazza bassina e magrolina. Alex fu dimessa nel primo pomeriggio. Le due donne la portarono a casa e le tennero compagnia fino a tarda serata, poi se ne andarono. La schiava le accompagnò fin alla porta. Mentre la collega si congedò subito la sorella si trattenne un minuto ancora sulla soglia della porta. -“Grazie di tutto, Flavia”- disse Alex alla sorella. -“Figurati. Ed anzi, scusami ancora se non sono potuta venire subito in ospedale. Sai sono stata trattenuta …”- -“Tu non c’entri. E’ stata quell’auto a venirmi addosso. E’ una fortuna che mi sia spinta da parte in tempo. Altrimenti mi avrebbe travolto. Questo lo ricordo, è ciò che sta dietro che è in ombra”- -“Già. Hai idea di chi fosse?”- -“No, non l’ho neppure vista in faccia. E all’ospedale non si è mai fatta vedere”- -“Sembra essersi dileguata dopo averti accompagnata con l’autoambulanza fin al pronto soccorso”- -“Che hai intenzione di fare con lei?”- -“Non lo so”- -“La denuncerai?”- -“Ci penserò. Prima vorrei trovare i miei ricordi”- -“Capisco. Bè, è ora che anch’io torni a casa. Se ti servisse qualcosa basta che mi chiami. Ci vediamo. Stammi bene”- -“Anche tu”- Alex chiuse la porta alle sue spalle e si voltò per andare in camera sua. Fece in tempo a percorrere solo pochi metri ed il trillo del campanello risuonò nel pianerottolo. -“Chi sarà?”- si chiese andando ad aprire. All’ingresso una bellissima ragazza attendeva impaziente. Alex aprì l’uscio e quella la guardò. La schiava fu colpita dal suo atteggiamento deciso e sicuro, da quegli occhi decisi, dalle gambe lunghe e affusolate inguaiante in calze autoreggenti e stivaletti di pelle nera. Era Lei. -“Non mi fai entrare?”- chiese la Padrona. -“Scusi, con chi ho il piacere di parlare?”- chiese Alex. Quel viso sembrò per un istante ricordarle qualcosa ma niente affiorò alla sua coscienza. -“Allora non ricordi proprio nulla di nulla, come dicono!”- disse Vale. -“Noi ci conosciamo?”- -“Eccome!”- -“Prego, accomodati”- Vale entrò. La schiava la portò in salotto e la fece accomodare sul divano. -“Ti offro qualcosa?”- chiese Alex -“Si, una coca”- La schiava andò in cucina e prese la bibita. Tornò in salotto che la Padrona si era già accomodata sul divano, accavallando le sue eleganti gambe. Alex ne guardò a lungo la maestà. C’era qualcosa in quella ragazza che…. -“Ti sei incantata nel guardarmi gli stivali?”- chiese Vale. Alex sobbalzò. -“No, scusa, è che…mi sembra a volte di ricordare qualcosa. Ma sono solo dei flash. E spesso accadono proprio osservando le cose più insignificanti, come le sue scarpe”- Vale rise. -“Le mie scarpe? Non sono affatto insignificanti come credi!”- -“Non volevo dire che sono brutte!”- -“E non lo sono infatti. Io intendo dire che non sono insignificanti per te, mia cara Alex........
NUOVA PARTE PUBBLICATA IL 28 DICEMBRE 2008
-“Non volevo dire che sono brutte!”--“E non lo sono infatti. Io intendo dire che non sono insignificanti per te, mia cara Alex.
Prima di perdere la memoria esse hanno rappresentato un elemento molto importante nella tua vita”-
-“Le scarpe in genere oppure…”-
-“No, soltanto le mie. Vieni”- disse la Dea –“avvicinati e guardale.
Forse ti tornerà alla mente qualcos’altro”-
Alex si avvicinò fino a raggiungere la Padrona che così altezzosamente dondolava una delle sue bellissime gambe con fare malizioso. Vale prese la coca cola dalle mani della serva senza ringraziare, come se il favore lo stesse facendo lei alla smemorata.
-“Su, cosa aspetti? Così non puoi vederle bene”- disse sorridendo –“Devi metterti in ginocchio se vuoi vederle meglio”-
Alex fu tentata di allontanarsi. Non ricordando di essere una schiava, non ricordando chi fosse quella ragazza arrogantemente seduta sul suo divano, tutte le sue inclinazioni masochiste erano svanite.
Di certo non è usuale che qualcuno piombi in casa di altri dicendo (ordinando?) di inginocchiarsi per osservare le proprie scarpe.
Eppure Alex si inginocchiò perché un tentativo di riacquistare i suoi ricordi perduti, la sua memoria lo stava facendo veramente.
Poggiò entrambe le ginocchia sul pavimento e chinò il busto verso le gambe della Padrona. Vale sollevò sensibilmente il piede della gamba accavallata avvicinandone la suola al viso della serva.
Alex osservò quegli stivaletti.
Fu come se le sue mani stessero accarezzando la superficie in pelle di quelle calzature.
Le sue labbra fremettero.
Ricordi di sapori amari comparvero senza spiegazione nella sua bocca.
Si ritirò.
-“Allora?”- chiese Vale “Ricordi nulla?”-
-“Io…no, non credo”-
-“Ah, capisco. Hai preso una bella botta”-
-“Comunque grazie del tentativo”- disse Alex.
-“Ma grazie di cosa?”- si chiese mentalmente –“mi ha solo fatto inginocchiare come una schiava davanti a se ed ora se ne sta li seduta a bersi la mia coca cola dondolandomi un piede davanti al viso come se nulla fosse”-
-“Peccato, io ci ho provato”- disse Vale, continuando ad avvicinare la suola dello stivale al naso della serva. Ora era a pochi centimetri dal viso della sguattera ed Alex poteva sentirne l’odore.
-“Non fa nulla. Begli stivaletti, comunque”-
Le parve cortese rivolgerle un complimento del genere.
-“Si, vero? Peccato che diventino scomodi se li si indossa troppo a lungo. E’ per il tacco, sai? Oggi, per esempio ho camminato davvero moltissimo e ho le piante dei piedi un po’ doloranti”-
Alex non sapeva cosa rispondere.
-“Bè, capita. Si sa, i tacchi alti sono la morte delle gambe di noi donne”-
Vale sorrise.
-“Toglimi gli stivali”-
-“Come!?”-
-“Fai scendere la linguetta della cerniera e toglimi gli stivali”- ripeté tranquillamente.
-“Ma…”-
Vale le mise la gamba sotto al mento.
-“Forse anche questo ti aiuterà a ricordare”-
-“A si? Mi sembra piuttosto strano. Anche le sue calze hanno rappresentato qualcosa di importante nel mio passato?”- chiese perplessa la schiava allontanando il viso dallo stivaletto.
-“Proprio così”- rispose Vale –“Comprendo che sia difficile da credere ma è come dico. Tu fallo e poi vediamo”-
Alex rimase immobile e titubante per alcuni secondi. L’estranea la guardava con sorridente alterigia, comodamente seduta sul divano mentre lei se ne stava ancora in ginocchio ai suoi piedi. Prese uno stivale con le mani e fece scendere la cerniera con le dita. Ripeté l’operazione con l’altro stivale.
-“Ora toglili”- disse la Padrona ed il suo tono di voce era quello di un ordine. Alex tolse gli stivali e scoprì i piedi di Vale. Li fissò per qualche secondo. Ancora quella sensazione di aver i ricordi perduti lì davanti a se s’impossessò di lei. Sarebbe bastato pochissimo per riacquistare la memoria, se lo sentì dentro.
Vale mosse le dita dei piedini, le inarcò e le aprì a ventaglio sotto al naso di Alex che li ammirava senza parole come inebetita.
L’odore delle preziose estremità della Dea stimolarono il suo olfatto. Un profumo che aveva già provato. Alex ne era convinta. Quei bellissimi piedini avevano fatto parte del suo passato, benché non lo ricordasse.....
prossimamente la parte finale del racconto....
…continua la lettura…entra in AREA VIP!